'KITCHEN STAGE', REALITY SHOW ELECTROLUX IN CUCINA
Partirà il primo marzo sul web «Kitchen Stage», reality show ideato da Electrolux, che per tre mesi avrà per protagonista una famiglia di Cagliari, ripresa
nella sua cucina.
Electrolux, uno dei leader mondiali dell'elettrodomestico, ha individuato, attraverso una selezione su Internet - spiega l' azienda in una nota - una vera famiglia che, anche durante lo show, continuerà a vivere a casa sua, e non in un set televisivo. I protagonisti, i sei signori Manconi - con netto predominio femminile - risiedono nel capoluogo sardo e continueranno a svolgere le normali occupazioni,
pur accettando di condividere speranze, problemi, passioni e tutto ciò che anima i dialoghi articolati di una famiglia numerosa, con tutti coloro che avranno voglia di collegarsi e di contattarli sul sito www.kitchenstage.it.
Ad accettare la sfida della celebrità, ma mettendo anche chiari paletti alle proprie necessità di privacy, limitando tempi e spazi all'indiscrezione delle webcam, è una famiglia «adulta», visto che il più giovane ha 19 anni. Una famiglia straordinariamente vivace per varietà di mestieri, studi e interessi. Una famiglia i cui membri sono tutti «internettiani», ma saldamente tradizionale, vedi l'amore per
la Sardegna e la passione per la pastasciutta.
Questi personaggi potranno essere visti in azione soltanto nella loro cucina (dalle 7 alle 23): è qui che si celebra il rito comunitario della preparazione e del consumo del cibo in famiglia e con gli amici e soprattutto è questo il teatro del confronto generazionale e dei ruoli della famiglia.
Per la realizzazione dello show, Electrolux ha avuto come partner MK Cucine per l'ideazione e realizzazione dei mobili della cucina, Beta 80 Group per la realizzazione e trasmissione del reality, Tiscali per la connettività broadband tra la casa cagliaritana e il web, fino a Dada, che ospiterà un blog dedicato nella propria community. (ANSA).
diario di bordo del mio palato
martedì 27 febbraio 2007
mercoledì 21 febbraio 2007
Appartenenza - Spaghetti and meatballs

USA: 'SPAGHETTI E MEATBALLS' INVENZIONE AMERICANA
NEW YORK TIMES ALLA RICERCA DEL SUGO PERDUTO (ANSA) - WASHINGTON, 21 FEB -
'Spaghetti e meatballs', piatto tipico della tradizione italo-americana, è un'invenzione tutta made in Usa. La ricerca dell'ingrediente segreto per una sublime salsa di pomodoro guida una giornalista del New York Times in un viaggio a ritroso nella storia della sua famiglia di origine italiana. Ma proprio quando crede di aver tracciato la mappa archeologica della ricetta perfetta, si accorge che a renderlo unico è un altro tipo di combinazione e di chimica: si chiama 'casa' e nel suo caso è decisamente americana.
Kim Severson per anni ha osservato ogni gesto di sua madre Anne Marie in cucina rimuginando sul segreto che rende quella salsa così unica, che condisca la pasta o che ricopra succulente polpette. È talmente determinata a scoprirlo e frustrata da anni di risposte vaghe, che vuole andare a vedere con i suoi occhi dove nasce il suo piatto preferito: ad Altea, il paesino in Abruzzo da cui sua nonna, Floriana Ranallo Zappa, emigrò negli Stati Uniti agli inizi del secolo scorso.
È rivelatore l'incontro con Filomena, la cognata della nonna rimasta in Abruzzo, e soprattutto il suo categorico «no» all'origano in salsa e polpette che smentisce anni di cucina italiana a casa Severson, oltre a creare un certo imbarazzo alla giornalista, rimproverata per un'affermazione così grossolana.
Grave quasi quanto la sua incapacità di parlare un buon italiano.
Il segreto, quindi, non è la ricetta perfetta, ma quello che evoca il piatto 'di famiglia'. È questa forse la caratteristica che accomuna tutti gli 'spaghetti e meatballs' d'America. Sono il piatto forte di molti ristoranti italo-americani in tutti gli Stati Uniti, alcuni li servono da decenni in menu rimasti intatti nel passaggio di gestione da nonno a padre a figlio. Ma soprattutto coincidono con i ricordi d'infanzia di intere generazioni di italo-americani, e, in un certo senso, ne sintetizzano la storia.
Basilico e prezzemolo raccolti freschi dall'orto lasciato nel paesino italiano furono tra i primi ingredienti ad essere sostituiti nelle varie ricette e modi di cucinare delle donne approdate in America. E da allora si fa con quello che c'è: dal tipo di carne, che spesso ci guadagna in varietà e quantità rispetto alle abitudini originarie grazie all'improvvisa abbondanza, ai modi di cottura del ragù, fino
all'era dei supermercati, al concentrato di pomodoro che aiuta la consistenza della salsa rendendola più simile a quella dei ricordi, alla rivoluzione portata da congelatori e utensili elettrici.
Non si tratta di una traduzione di usi e costumi, ma dell'evoluzione di un piatto oggi tutto americano. Per capirlo davvero, però, bisogna ancora andare in Italia, come ha scoperto il New York Times.(ANSA).
GUIDE: UNA DONNA TRA NUOVI CHEF TRE STELLE MICHELIN/ANSA ITALIA UNICO PAESE CON TANTE CHEF PLURIPREMIATE (ANSA) - PARIGI, 21 FEB - C' è una donna, l' unica in Francia, tra i cinque nuovi chef francesi premiati con le tre
stelle dalla celebre guida Michelin 2007, il punto di riferimento più ambito della gastronomia.
Anne-Sophie Pic, 37 anni, di Valence, cittadina sul Rodano nel sud della Francia, ha ottenuto quest' anno la suprema distinzione culinaria che in passato solo altre due donne di Lione avevano ottenuto.
Gli altri quattro chef premiati sono quelli di tre ristoranti parigini, Yannick Alleno del 'Le Meuricè, Frederic Anton del 'Le Pre Catelan' e Pascal Barbot de 'L' Astrancè ed uno di Chagny in Borgogna, Jacques Lameloise.
La scelta della guida Michelin di una donna è secondo il quotidiano Le Monde «controcorrente» non tanto perchè Anne-Sophie è la nipote di Andrè Pic che aveva ottenuto la stessa distinzione nel 1934, ma perchè lei ha introdotto un forte cambiamento dal 1999 nella cucina del ristorante di famiglia che era considerato da allora il tempio del gratin di gamberi.
La sua cucina è infatti per il quotidiano «personale, spoglia, moderna e di grande gusto», in linea con lo stile del ristorante.
L' Italia, con le sue tre donne chef che si sono aggiudicate le tre stelle Michelin nel 2006 - Annie Feolde dell' 'Enoteca Pinchiorri' di Firenze, Nadia Santini del ristorante 'Dal Pescatore' a Canneto sull' Oglio, in provincia di Mantova, e Luisa Valazza di quello 'Al Sorriso' a Soriso, in provincia di Novara - è l' unico paese con tante donne chef pluristellate in un universo, qual è quello dei grandi
fornelli, quasi esclusivamente maschile.
Con Pascal Barbot è «la freschezza e la giovinezza che entrano a far parte nel firmamento stellato». Il gusto della natura e la nostalgia dei grandi spazi ispirano questo giovane chef, che fu l' assistente di Alain Passard a 'L'Arpege, per il suo strano ma delizioso - secondo la guida - bollito al pane grigliato.
Dal 1997 Frederic Anton, ex-assistente di Joel Robuchon che gli ha insegnato «il rigore, il metodo, l' autorita», è chef al 'Pre Catelan', vicino al Bois de Boulogne, dove si distingue per una cucina allo stesso tempo forte e delicata come per il riccio di mare al profumo di sedano con una fine gelatina di paprica, l' osso buco farcito con il tartufo nero, il piccione alle spezie.
Yannick Alleno, 39 anni, ha imparato i trucchi del mestiere lavorando per cinque anni con Louis Grondard. Sul menù del lussuoso albergo 'Meurice' propone tra gli altri, la gelatina di riccio di mare amalgamata con una crema di riso, patè di salmone affumicato alle capesante e burro, agnello di latte dei Pirenei abbinato alle melanzane al basilico.
Le nuove cinque stelle prendono il posto di altre cinque che invece perdono punti, tra cui due ristoranti parigini che retrocedono di una stella, 'Taillevent', pietra miliare dell' alta cucina con Jean-Claude Vrinat e Alain Soliveres e tre stelle da 33 anni, e 'Le cinq' (con Philippe Legendre), il ristorante dell' hotel Georges V. In provincia perdono una stella 'La Ferme de mon perè a Megeve, nell' Alta
Savoia. Il 'Buerehiesel', a Strasburgo, e 'L' esperance de Marc Meneaù, a Vezelay in Borgogna.
(ANSA).
stelle dalla celebre guida Michelin 2007, il punto di riferimento più ambito della gastronomia.
Anne-Sophie Pic, 37 anni, di Valence, cittadina sul Rodano nel sud della Francia, ha ottenuto quest' anno la suprema distinzione culinaria che in passato solo altre due donne di Lione avevano ottenuto.
Gli altri quattro chef premiati sono quelli di tre ristoranti parigini, Yannick Alleno del 'Le Meuricè, Frederic Anton del 'Le Pre Catelan' e Pascal Barbot de 'L' Astrancè ed uno di Chagny in Borgogna, Jacques Lameloise.
La scelta della guida Michelin di una donna è secondo il quotidiano Le Monde «controcorrente» non tanto perchè Anne-Sophie è la nipote di Andrè Pic che aveva ottenuto la stessa distinzione nel 1934, ma perchè lei ha introdotto un forte cambiamento dal 1999 nella cucina del ristorante di famiglia che era considerato da allora il tempio del gratin di gamberi.
La sua cucina è infatti per il quotidiano «personale, spoglia, moderna e di grande gusto», in linea con lo stile del ristorante.
L' Italia, con le sue tre donne chef che si sono aggiudicate le tre stelle Michelin nel 2006 - Annie Feolde dell' 'Enoteca Pinchiorri' di Firenze, Nadia Santini del ristorante 'Dal Pescatore' a Canneto sull' Oglio, in provincia di Mantova, e Luisa Valazza di quello 'Al Sorriso' a Soriso, in provincia di Novara - è l' unico paese con tante donne chef pluristellate in un universo, qual è quello dei grandi
fornelli, quasi esclusivamente maschile.
Con Pascal Barbot è «la freschezza e la giovinezza che entrano a far parte nel firmamento stellato». Il gusto della natura e la nostalgia dei grandi spazi ispirano questo giovane chef, che fu l' assistente di Alain Passard a 'L'Arpege, per il suo strano ma delizioso - secondo la guida - bollito al pane grigliato.
Dal 1997 Frederic Anton, ex-assistente di Joel Robuchon che gli ha insegnato «il rigore, il metodo, l' autorita», è chef al 'Pre Catelan', vicino al Bois de Boulogne, dove si distingue per una cucina allo stesso tempo forte e delicata come per il riccio di mare al profumo di sedano con una fine gelatina di paprica, l' osso buco farcito con il tartufo nero, il piccione alle spezie.
Yannick Alleno, 39 anni, ha imparato i trucchi del mestiere lavorando per cinque anni con Louis Grondard. Sul menù del lussuoso albergo 'Meurice' propone tra gli altri, la gelatina di riccio di mare amalgamata con una crema di riso, patè di salmone affumicato alle capesante e burro, agnello di latte dei Pirenei abbinato alle melanzane al basilico.
Le nuove cinque stelle prendono il posto di altre cinque che invece perdono punti, tra cui due ristoranti parigini che retrocedono di una stella, 'Taillevent', pietra miliare dell' alta cucina con Jean-Claude Vrinat e Alain Soliveres e tre stelle da 33 anni, e 'Le cinq' (con Philippe Legendre), il ristorante dell' hotel Georges V. In provincia perdono una stella 'La Ferme de mon perè a Megeve, nell' Alta
Savoia. Il 'Buerehiesel', a Strasburgo, e 'L' esperance de Marc Meneaù, a Vezelay in Borgogna.
(ANSA).
martedì 20 febbraio 2007
Lo chef del Senato

Gli organizzatori si difendono: torneo trasparente davanti a mille giurati «Lo chef del Senato? Ha vinto barando»
Fabrice Desvignes si è aggiudicato il «Bocuse d'Or 2007», ma gli altri concorrenti lo accusano: ha usato ingredienti pre-cucinati
Fabrice Desvignes e la sua squadra dopo la vittoria del primo premio al Bocuse d'Or 2007 (dal sito Internet della manifestazione)
LIONE (Francia) - E' una sorta di «Prova del cuoco» su scala internazionale e ad animarla, anziché gli chef del peperone e del pomodoro che affiancano Antonella Clerici nella popolare trasmissione di Raiuno, sono alcuni dei principali maghi dei fornelli della scena mondiale. Non a caso il «Bocuse d'Or» è un premio lanciato dal noto chef francese Paul Bocuse, che ogni due anni richiama a Lione il gotha dell'arte culinaria internazionale.
POLLO E TARTUFI - L'edizione 2007 della manifestazione - un premio biennale a cui hanno partecipato quest'anno anche concorrenti dalla Cina, dagli Usa, dalla Russia e dal Sud Africa - se l'è aggiudicata uno chef di casa, il 33enne Fabrice Desvignes, che abitualmente presta la sua opera nel ristorante del Senato di Francia a Parigi. Ma il suo «Pollo di Bresse tartufato», che gli ha consentito di incassare il trofeo e il premio in denaro di 20 mila euro, è stato oggetto di contestazione da parte di alcuni degli altri concorrenti: secondo l'accusa degli avversari, come riporta l'edizione online del Times, Desvignes avrebbe imbrogliato utilizzando ingredienti misteriosi e preparati in anticipo che alcuni suoi collaboratori gli avrebbero fatto pervenire a competizione già iniziata.
CUCINA DAL VIVO - La gara prevede che i cuochi cucinino i loro piatti davanti agli occhi della giuria, composta da più di mille giornalisti, in un arco temporale di cinque ore. Secondo alcuni degli chef in gara, Desvignes avrebbe alla fine presentato un piatto composito, con elementi che non sarebbe stato tecnicamente possibile realizzare nell'ambito delle 5 ore. Di qui l'accusa di avere frodato, utilizzando misteriosi e non precisati ingredienti contenuti in due recipienti metallici. E proprio le modalità con cui due contenitori sono stati fatti avere a Desvignes destano peprlessità tra i concorrenti classificatisi alle spalle del cuoco francese. Secondo gli organizzatori nelle scatoline, pervenute allo chef solo un paio di minuti prima dell'inizio della gara a causa di un ritardo dovuto alla neve, non ci sarebbe stato altro che del fois gras, non proibito dai regolamenti. Diversa l'opinione dei suoi antagonisti, che sostengono invece che i recipienti sono arrivati a destinazione a competizione già iniziata. E che al loro interno vi fosse qualcosa di strano.
TEMPI TECNICI - Molti chef hanno poi contestato la possibilità tecnica di realizzare nel tempo a disposizione anche tutte le particolari guarnizioni con cui è stato decorato il piatto prima della presentazione alla giuria. E il sospetto è che sia stato utilizzato qualcosa di pre-cucinato, fatto giungere a Desvignes proprio grazie ai due misteriosi contenitori. Le lamentele per il momento sono però rimaste fine a se stesse e non sono sfociate in un ricorso ufficiale contro l'assegnazione del premio. «Non abbiamo fatto appello - spiegano i membri della squadra danese, giunti secondi e beneficiari di un assegno di 15 mila euro - solo per evitare di essere accusati di essere cattivi perdenti».
20 febbraio 2007
CHIANO CHIANO

PAUSE DANNO PIÙ GUSTO, GIORNATA LENTEZZA PIACE A CHEF
(ANSA) - ROMA, 19 FEB - A tavola senza scorciatoie offerte da surgelati e precotti. Per riprendersi il tempo di assaporare i sapori in una sana alimentazione, insieme al gusto di preparare una pietanza a base di prodotti freschi di stagione, magari raccolti dopo una semina nell'orto o in balcone.
È l'appello a rallentare e riappropriarci del nostro tempo presentato, insieme a 14 «comanda-lenti», dal presidente dell'associazione 'L'Arte di Vivere con Lentezzà Bruno Contigiani per la 'Giornata mondiale della lentezzà e raccolto da 55 città
Slow associate a Slow Food ma anche da chef professionisti. «La lentezza è ciò che siamo fin dalle origini - dice il presidente di Slow Food Roberto Burdese - quando nel Manifesto di fondazione, nel 1987, puntavamo sullo slow life. A distanza di 20 anni la lentezza è quanto mai necessaria perchè l'uomo non ha saputo mediare con saggezza tra innovazioni tecnologiche e rispetto della natura. Per Slow Food - continua Burdese - è oggi prioritario il rispetto dei ritmi naturali sia nella produzione di prodotti stagionali che nel recupero di libertà individuali. Affrancarsi dallo schiavismo della velocità significa vedere meglio e quindi - assicura il presidente di Slow Food - apprezzare e salvaguardare le biodiversità fino a sentirsi più ricchi, perchè chi va piano dispone di una
molteplicità di tempi».
L'arte del vivere 'chiano chiano' trova notoriamente espressione nella cultura partenopea, dalle canzoni di Teresa De Sio al, gastronomicamente parlando, celeberrimo ragù che nella commedia di Eduardo De Filippo impegnava la tre giorni 'Sabato, domenica e lunedì. Ma già a Fondi, in provincia di Latina, il ristoratore Enzo Simonelli ha fatto del 'Che fretta c'e?' un imperativo e
ha dato nome al locale 'Il vicolo di M blò con un nickname fondano che se ripetuto due volte significa appunto «piano piano». «Sia il cuoco professionista che chi si mette ai fornelli dopo una giornata d'ufficio - dice Simonelli - devono imparare ad amare la 'cucchiarella' che hanno in mano per apprezzare la felicità di veder pronta anche una semplice pasta al pomodoro. Io e la mia famiglia siamo l'antitesi del fast food e non abbiamo nemmeno la friggitrice ma una vecchia padella in ferro che ha 30 anni, mai lavata, che consente tempure in mezzo minuto. Questo modus vivendi - continua il ristoratore pontino - è apprezzato dalla clientela che qui ha la sensazione di essere invitata in una casa accogliente dove può trattenersi a tavola anche due ore; un tempo dilatato apprezzato perlopiù dai 40-50enni, da chi un pò di vita già l'ha vista - precisa Simonelli - ma che incuriosisce anche i giovani. Tempi
imposti anche dalla cucina di tradizione che impegna almeno metà giornata per la 'zanardellà con dieci verdure diverse, ognuna cucinata a parte per assemblare, con olio e pane raffermo, tutto ciò che regna sulle tavole dei contadini».
Ma la lentezza in cucina non è esclusivo patrimonio della tradizione. A Modena Luca Marchini, da quest'anno entrato nei Jeunes Restaurateurs d'Europe, è un convinto assertore delle tecnologie a basse temperature che prolungano a 24-48 ore i tempi di cottura e delle degustazioni sensoriali. «Le innovazioni tecnologiche mi consentono una cucina di profumi - spiega lo chef dell'Erba del Re - perchè con la basse cotture il cibo, presentato in caramelle di cellophane, mantiene intatta tutta la carica aromatica e fa riscoprire l'olfatto. Un pò come un tempo si faceva il brasato, ma lo scartare crea quella giusta pausa - conclude Marchini - per contemplare il piatto e più consapevolezza delle emozioni che a tavola si possono sviluppare». (ANSA).
domenica 18 febbraio 2007
Cibo e terroristi

L'Eta mette in fuga lo chef Alain Ducasse
"Voleva saccheggiare la tradizione Basca"
Il grande chef Alain Ducasse
BIDARRAY (FRANCIA) - Voleva "reinterpretare la cucina navarrese tradizionale". Probabilmente, quando ha scritto queste parole sul sito del suo ristorante Ostape, a Bidarray, "adagiato fra le verdi colline dei paesi baschi francesi", il grande Chef Alain Ducasse non pensava di offendere nessuno. Ma l'Eta - l'organizzazione terroristica basca - non ha gradito l'iniziativa. Che ha forse percepito come un attentato alla tradizione culinaria basca. Ed è riuscita dove schiere di critici gastronomici hanno fallito: intimidire l'unico chef al mondo incoronato da tre stelle Michelin in tre paesi diversi.
Il ristorante di Ducasse, l'Ostape, è stato colpito con una serie di attentati dinamitardi intimidatori, l'ultimo lo scorso giugno, che hanno danneggiato più volte il locale, creando un clima di terrore costante a cui era difficile resistere. Così, Ducasse, che pure è riuscito a "esportare" la sua cucina da Beirut fino alla stazione spaziale internazionale, ha annunciato la chiusura del ristorante di Bidarray.
L'annuncio dell'abbandono del grande Chef è stato accolto con gioia da Batasuna, il braccio politico dell'Eta bandito in Spagna, ma che in Francia è ancora legale. In un comunicato, Batasuna ha espresso tutta la sua "soddisfazione per il ritiro dello chef-star Alain Ducasse". E ha avvertito: "deve essere da esempio per tutti gli altri spregiudicati opportunisti che saccheggiano la Nazione Basca".
(17 febbraio 2007) da Repubblica.it
venerdì 16 febbraio 2007
NEWS - Bibendum a dieta


La mossa dei pubblicitari: «I grassi non vendono» L'omino Michelin a dieta Il restyling del logo: look scattante e addio alle sigarette STRUMENTIVERSIONE STAMPABILEI PIU' LETTIINVIA QUESTO ARTICOLO
MILANO — Tempi duri per gli amanti della buona tavola: il più famoso dei sovrappeso ha deciso di mettersi a dieta. Proprio lui, l'omino Michelin, sorridente icona del «grasso è bello», ha detto basta alle cattive abitudini per adeguarsi al mondo che cambia, strizzando l'occhio ai salutisti e ai forzati dell'immagine. Bibendum (si chiama così l'omino, dal motto oraziano «Nunc est bibendum» che campeggiava sul primo manifesto in cui faceva da protagonista) da più di cent'anni (era il 1898) è la mascotte dei pneumatici Michelin. E sono proprio i pneumatici di cui è fatto, gonfi e grossi, a regalargli da sempre quel caratteristico aspetto in carne. Ora però è tempo di cambiare: nella nuova campagna pubblicitaria che sta girando o girerà (i tempi di lancio variano da Paese a Paese: da noi è già in onda, in Inghilterra lo sarà da marzo) nelle tv di tutta Europa l'omino ha perso un bel po' di chili guadagnando uno scattante look da «palestrato».
«L'abbiamo voluto aggiornare perché per noi è un bene prezioso», ha detto Thierry Rudloff, responsabile del marketing della filiale inglese della Michelin, presentando i nuovi spot. In termini d'immagine il valore di Bibendum (che nel corso degli anni ha anche smesso di fumare) è impagabile: da un sondaggio nel Regno Unito risulta che l'83 per cento del pubblico ne riconosce la silhouette. La riconoscerà ancora dopo la dieta che ne ha ridotto il volume del 20 per cento? «Come sempre sarà la gente a decidere», dice Marco Testa, presidente della Armando Testa, agenzia titolare di storiche campagne pubblicitarie. Anche se non è solo una questione di chili di troppo: «La sopravvivenza di un personaggio dipende da tante cose — spiega Testa — non solo dalla sua efficacia comunicativa. C'è bisogno che un'azienda continui a investire nel prodotto, a credere in quel tipo di strategia comunicativa e che non venga comprata da altri». L'omino Michelin non è solo. L'agenzia Testa è legata da tempo alla Lavazza, per la quale negli anni Sessanta creò Carmencita e Caballero. Dopo un decennio i due pupazzi del caffè Paulista sono tornati in tv. Come Bibendum, anche Carmencita si è messa al passo coi tempi, è diventata una giornalista «glamour». «Quando un personaggio funziona è giusto investirci, giocare sui ricordi», riprende Testa, e rinnovare: «Un personaggio che funziona è una grande opportunità, ma anche un rischio. L'omino Michelin, per esempio, speriamo che insieme al grasso non abbia perso anche la simpatia».
Di pubblicità rimesse a nuovo ne abbiamo viste tante: qualcuno non ce la fatta a sopravvivere alla furia del restyling (come l'omino delle pentole Lagostina, ora in pensione) ma tanti si sono solo rifatti il trucco prima di tornare in onda. È il caso di Calimero, tornato sugli schermi, ma un po' sottotono, dopo qualche problema sul fronte del «politically correct» (nero ed emarginato: ce n'era abbastanza per parlare di discriminazione) e di Michele, l'«intenditore» di un noto whiskey che smessi i panni di un anonimo signore con gli occhiali ora veste quelli più fascinosi di Alessandro Gassman. Vedremo se il restyling di Bibendum piacerà al pubblico. Di sicuro non piace a Oliviero Toscani, altro guru della comunicazione: «Far dimagrire l'omino Michelin è come mettere le mutande a Paperino». Toscani non ha dubbi, pubblicità che vince non si cambia: «Perché rovinare qualcosa che funziona da cent'anni? Queste non sono scelte fatte da creativi, ma da manager del marketing, che non hanno altro da fare che organizzare riunioni per decidere di rovinare ciò che è bello». Ma allora è vero, grasso è bello?
Giulia Ziino (CORRIERE.IT)
16 febbraio 2007
giovedì 15 febbraio 2007
6000 anni di storia
Ricercatori americani hanno trovato tracce fossili della pianta su utensili preistorici
Lo coltivavano per usarlo come condimento già prima della scoperta della ceramica
Il peperoncino? Lo si usava già 6.000 anni fa
"E' la spezia più antica della storia"
di ALESSIA MANFREDI (Repubblica.it)
ROMA - La passione dell'uomo per il peperoncino è amore di lunga, lunghissima data. La spezia bollente aveva già conquistato i nostri avi 6.000 anni fa, che la usavano comunemente in cucina. La prova, documentata in uno studio pubblicato su Science, sta in una serie di reperti fossili che ne testimoniano la diffusione su vastissima scala - dal Perù alle Bahamas - addirittura prima anche della scoperta della ceramica. Una scoperta che ha sorpreso anche i ricercatori e che getta nuova luce sulle abitudini culinarie dei nostri progenitori preistorici, che, pare, amavano già ricette sofisticate.
Gli scienziati hanno usato una tecnica innovativa, analizzando tracce microscopiche di un amido fossilizzato trovate sugli utensili di pietra usati per macinare gli alimenti. "Il microfossile era noto da diversi anni" spiega a Repubblica.it Linda Perry, la scienziata dello Smithsonian National Museum of Natural History che ha coordinato lo studio. "Ma solo dopo un lunghissimo lavoro di comparazione dei dati abbiamo scoperto che questo amido derivava dal frutto del peperoncino. E mettendo a confronto i dati di diverse ricerche in luoghi anche molto lontani, siamo riusciti a documentare la storia di questa pianta nelle Americhe". Che è risultata un elemento chiave della dieta indigena dall'Ecuador al Panama, dal Perù fino alle isole tropicali di Bahamas.
"Sapevamo da testimonianze storiche ed etnografiche che quelle popolazioni mangiavano peperoncino coltivato, ma questa ne è la prima conferma archeologica" racconta Deborah Pearsall, professore di antropologia all'Università del Missouri, che ha lavorato allo studio. Il peperoncino, quindi, potrebbe essere una delle più antiche spezie usate in cucina in America, dove è nato.
I microgranuli di amido fossilizzati, al microscopio appaiono come dei cerchi appiattiti, con una minuscola depressione al centro e sono diversi da quelli di altri cibi. Gli esemplari più antichi sono stati rinvenuti nell'Ecuador sud-occidentale e risalgono appunto a 6.000 anni fa.
I nostri avi ne erano ghiotti e la passione si è tramandata nei secoli immutata, fino a farlo diventare oggetto di culto. C'è chi lo osanna per le virtù terapeutiche: è disinfettante, facilita la digestione, è ricco di vitamina C, afrodisiaco. L'Italia gli ha dedicato un accademia e numerosi festival. E chi, semplicemente, sulla tavola non può farne a meno. Oggi ne esistono oltre 600 specie, che culiminano nel mitico Habanero, il più piccante e pregiato di tutti.
"Quello che non ci ha sorpreso nei nostri studi - dice ancora la dottoressa Perry - è la diffusione del "chili" su un territorio così esteso. Sono solo 500 anni che Cristoforo Colombo lo ha portato in Europa, ed è già diventato parte integrante delle cucine di tutto il mondo. Penso che i nostri avi ne amassero il sapore proprio come noi oggi".
Pare che lo usassero soprattutto per condire stufati ed elaborate zuppe a base di manioca e mais, altri due alimenti che non mancavano mai per cena: le loro tracce sono state trovate sugli utensili di pietra accanto a quelle del peperoncino.
(15 febbraio 2007)
Lo coltivavano per usarlo come condimento già prima della scoperta della ceramica
Il peperoncino? Lo si usava già 6.000 anni fa
"E' la spezia più antica della storia"
di ALESSIA MANFREDI (Repubblica.it)
ROMA - La passione dell'uomo per il peperoncino è amore di lunga, lunghissima data. La spezia bollente aveva già conquistato i nostri avi 6.000 anni fa, che la usavano comunemente in cucina. La prova, documentata in uno studio pubblicato su Science, sta in una serie di reperti fossili che ne testimoniano la diffusione su vastissima scala - dal Perù alle Bahamas - addirittura prima anche della scoperta della ceramica. Una scoperta che ha sorpreso anche i ricercatori e che getta nuova luce sulle abitudini culinarie dei nostri progenitori preistorici, che, pare, amavano già ricette sofisticate.
Gli scienziati hanno usato una tecnica innovativa, analizzando tracce microscopiche di un amido fossilizzato trovate sugli utensili di pietra usati per macinare gli alimenti. "Il microfossile era noto da diversi anni" spiega a Repubblica.it Linda Perry, la scienziata dello Smithsonian National Museum of Natural History che ha coordinato lo studio. "Ma solo dopo un lunghissimo lavoro di comparazione dei dati abbiamo scoperto che questo amido derivava dal frutto del peperoncino. E mettendo a confronto i dati di diverse ricerche in luoghi anche molto lontani, siamo riusciti a documentare la storia di questa pianta nelle Americhe". Che è risultata un elemento chiave della dieta indigena dall'Ecuador al Panama, dal Perù fino alle isole tropicali di Bahamas.
"Sapevamo da testimonianze storiche ed etnografiche che quelle popolazioni mangiavano peperoncino coltivato, ma questa ne è la prima conferma archeologica" racconta Deborah Pearsall, professore di antropologia all'Università del Missouri, che ha lavorato allo studio. Il peperoncino, quindi, potrebbe essere una delle più antiche spezie usate in cucina in America, dove è nato.
I microgranuli di amido fossilizzati, al microscopio appaiono come dei cerchi appiattiti, con una minuscola depressione al centro e sono diversi da quelli di altri cibi. Gli esemplari più antichi sono stati rinvenuti nell'Ecuador sud-occidentale e risalgono appunto a 6.000 anni fa.
I nostri avi ne erano ghiotti e la passione si è tramandata nei secoli immutata, fino a farlo diventare oggetto di culto. C'è chi lo osanna per le virtù terapeutiche: è disinfettante, facilita la digestione, è ricco di vitamina C, afrodisiaco. L'Italia gli ha dedicato un accademia e numerosi festival. E chi, semplicemente, sulla tavola non può farne a meno. Oggi ne esistono oltre 600 specie, che culiminano nel mitico Habanero, il più piccante e pregiato di tutti.
"Quello che non ci ha sorpreso nei nostri studi - dice ancora la dottoressa Perry - è la diffusione del "chili" su un territorio così esteso. Sono solo 500 anni che Cristoforo Colombo lo ha portato in Europa, ed è già diventato parte integrante delle cucine di tutto il mondo. Penso che i nostri avi ne amassero il sapore proprio come noi oggi".
Pare che lo usassero soprattutto per condire stufati ed elaborate zuppe a base di manioca e mais, altri due alimenti che non mancavano mai per cena: le loro tracce sono state trovate sugli utensili di pietra accanto a quelle del peperoncino.
(15 febbraio 2007)
domenica 11 febbraio 2007
Fuori casa
Nel 2006 60 mld in pasti fuori casa
Nomisma, ogni famiglia ha speso in media 70 euro al mese
(ANSA) - RIMINI, 10 FEB - Nel 2006 gli italiani hanno speso per il pasto fuori casa 61,010 mld di euro, il 4,9% in piu' rispetto all'anno precedente. Il dato e' contenuto nel rapporto annuale commissionato dalla Fiera di Rimini a Nomisma. Nel 2006 la spesa media mensile di una famiglia per i pasti fuori casa e' stata di circa 70 euro, ripartiti tra ristoranti e trattorie (45,7 euro), bar e pasticcerie (22,7), mense aziendali e scolastiche (3,4). La spesa media mensile pro capite e' stata di 27,6 euro.
Nomisma, ogni famiglia ha speso in media 70 euro al mese
(ANSA) - RIMINI, 10 FEB - Nel 2006 gli italiani hanno speso per il pasto fuori casa 61,010 mld di euro, il 4,9% in piu' rispetto all'anno precedente. Il dato e' contenuto nel rapporto annuale commissionato dalla Fiera di Rimini a Nomisma. Nel 2006 la spesa media mensile di una famiglia per i pasti fuori casa e' stata di circa 70 euro, ripartiti tra ristoranti e trattorie (45,7 euro), bar e pasticcerie (22,7), mense aziendali e scolastiche (3,4). La spesa media mensile pro capite e' stata di 27,6 euro.
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