diario di bordo del mio palato

giovedì 26 febbraio 2009

La giostra del Pitu

MANIFESTAZIONI: ASTI, LA GIOSTRA DEL PITU SI FARÀ (ANSA) - ASTI, 25 FEB - La storica «Giostra del Pitu» (tacchino) in
programma ogni anno a Tonco d'Asti per il 15 marzo si farà anche quest'anno. L'annuncio è stato dato ieri sera dal sindaco Giancarlo
Casorzo dopo la burrascosa riunione dell'apposito comitato che ha messo in dubbio la realizzazione della competizione.
In gara i vari borghi del comune monferrino. La gente del paese è divisa: c'è chi vuole la giostra con il tacchino vero in carne ed ossa,
come avviene da secoli e c'è chi avvicinandosi agli animalisti sarebbe favorevole a sostituire l'animale con un simulacro di plastica,
stoffa, gomma e sabbia.
Gli attivisti dell'associazione «100%animalisti» si sono impegnati a fornire il tacchino finto sostenendo una spesa di 2.500 euro. Il
sindaco ha detto: «La decisione di utilizzare il tacchino vero o quello finto sarà presa solo alla vigilia, 14 marzo, quando si riunirà il
comitato di tutti i borghi del comune». (ANSA).

S03-BAN/CLD 25-FEB-09 19:29 NNN

lunedì 23 febbraio 2009

Ciao Baldo (di Giovanni Bietti, da L'Espresso)



Avremmo preferito parlarvi del suo straordinario Barolo Piede Franco 2004, anche se è un vino difficile da descrivere a parole.
Avremmo preferito che fosse la sua voce a parlare della sua intensissima storia personale, dell’orgoglioso recupero della storica azienda di famiglia alla fine degli anni ‘60, dell’Eritrea, dove era nato il 1 luglio 1944 e dove si potevano fare “cinquantadue vendemmie l’anno”.



Del Barolo Chinato, geniale invenzione di un suo prozio alla fine dell’Ottocento. Delle lotte per il territorio, per l’identità del vino di Langa, condotte anche attraverso la presidenza - dieci anni, dal 1986 al 1996 - dell’Enoteca Regionale del Barolo: un ente che aveva letteralmente trasformato, grazie alla sua generosità, alla sua energia e alla reale voglia di impegnarsi e lottare per un ideale comune, e non per il proprio interesse.
Infine, della sua lotta più recente e appassionata, quella per il Vino Naturale: era presidente del Gruppo Vini Veri e in questa avventura riversava molto del suo tempo e della sua sorprendente capacità organizzativa.

Invece Baldo Cappellano se ne è andato. Ci lascia con questo tremendo senso di vuoto e la voglia di ricordarlo energico, sempre sorridente e un po’ ingombrante, come ironicamente diceva lui stesso (Baldo era un omone di un metro e novantaquattro). Ci lascia i suoi vini, particolari e originalissimi - ricordo bene, un pomeriggio estivo alla Bottega del Vino di Serralunga, il titolare che si giustificava del fatto di non avere i vini di Cappellano dicendo “non sono vini per tutti”. E meno male!, rispondevo io. Proprio per questo dovrebbe averle, quelle bottiglie. Sono vini che parlano di Serralunga, dell’importante e bellissimo vigneto dei Gabutti, con una verità territoriale rara.

Lascia un’eredità impegnativa alla moglie, Emma, e al figlio Augusto: un’azienda piccola ma di fama consolidata, con uno stile inconfondibile. Basta leggere la celebre retroetichetta di un vino Cappellano, dedicata “a chi di ‘Guide’ si interessa”: bastano queste poche righe a rivelarci la personalità di Baldo, la sua natura di generoso sognatore: “credo nella libera informazione, positiva o negativa essa sia. Penso alle mie colline come una plaga anarchica, senza inquisitori o opposte fazioni, interiormente ricca se stimolata da severi e attenti critici; lotto per un collettivo in grado d’esprimere ancor oggi solidarietà contadina a chi, da Madre Natura, non è stato premiato. È un sogno? Permettetemelo”.

Ciao Baldo. Ci manchi, e ci mancano soprattutto la tua intelligenza, l’onestà e il coraggio di cui questo paese e il suo vino avrebbero tanto bisogno.

Giovanni Bietti

martedì 10 febbraio 2009

Cavoli acidi


GB: CAVOLFIORE INGLESE SPODESTATO DAI BROCCOLI ITALIANI IL TIMES ANNUNCIA UNA CAMPAGNA DAI TONI NAZIONALISTICI (ANSA) - LONDRA, 9 FEB - Prima i lavoratori, ora le verdure: l'Italia continua a spopolare in territorio britannico, e
si impone anche a tavola. I britannici voltano infatti le spalle al cavolfiore, elemento indispensabile del 'sunday roast', il tradizionale arrosto domenicale del Regno Unito e al pallido 'cauliflower' indigeno, verdura di accompagnamento che, insieme a carote e patate, è presente in moltissimi piatti della tradizione culinaria britannica, preferiscono gli italianissimi broccoli, prodotto d'importazione più costoso e alla moda.
Il Times annuncia una campagna che l'associazione Brassica Growers lancia per il ritorno alla verdura di identità britannica. La Brassica oleracea botrytis, il cavolfiore appunto, lancia dunque la sfida al 'superfood' (ovvero ricco di proprietà benefiche) broccoli, chiamato così (ma sempre al plurale) in lingua inglese. Entrambi fanno parte della stessa famiglia, quella delle brassicacee e,
secondo l'associazione per la difesa del cavolfiore, hanno delle simili proprietà nutrizionali. Ma l'italiano ha da qualche anno il vento in poppa nelle vendite.
Non è solo un attaccamento alle tradizioni che accende così gli spiriti britannici. La produzione di cavolfiore è crollata del 35% e molti agricoltori stanno pensando di abbandonarne la coltivazione. Le statistiche del governo rivelano che lo scorso anno sono stati dedicati solo 9.503 ettari di terra alla coltivazione del cavolfiore, una consistente diminuzione se paragonati ai 13.382 ettari di dieci
anni prima. La lotta vegetale si tinge, dunque, di toni nazionalisti: preferendo i broccoli, le coltivazioni britanniche ne perdono a favore di una verdura importata, che costa di più e fa guadagnare di meno all'economia del paese.«Vogliamo un revival del cavolfiore - dice al Times il presidente della Brassica Growers Association, Phillip Effingham - è triste vedere il suo declino causato dal successo dei broccoli. Vogliamo riportare il cavolfiore al posto che gli spetta di diritto: le nostre tavole. Stiamo dimenticando le basi della nostra alimentazione, il suo valore nutrizionale, la sua appartenenza alla cultura britannica e la sua versatilità». (ANSA).

venerdì 6 febbraio 2009

LE IDENTITA' DI PAOLO (http://www.flickr.com/photos/latangerina)


ALIMENTARE: IDENTITÀ GOLOSE TRA SUSHI E GELATI AL FORMAGGIO (ANSA) - MILANO, 2 FEB - C'è chi degusta uno
spumante millesimato e chi si ferma a osservare una coppia di giapponesi che tagliano con maestria il pesce per il sushi, chi si
avventura tra i segreti della cottura a vapore e chi scopre che lo zafferano può anche essere l'ingrediente per un ottimo cocktail.
Sono centinaia gli appassionati del gusto che, in questi giorni, stanno visitando 'Identità golosè, il tradizionale appuntamento
congressuale con la cucina di alta qualità, inventato dal giornalista Paolo Marchi.
Quest'anno l'evento si svolge per la prima volta nel centro convegni di Fieramilanocity, trasformato fino a dopodomani in una sorta
di enorme cucina dove da ieri è un continuo ribollire, affettare, assaggiare.
«Un contenitore di idee e proposte, di speranze e confronti - così Marchi definisce la sua creazione - ma anche di polemiche,
perchè il cibo è un pianeta vivo e chi lo abita non lo subisce ma lo anima e lo agita».
E così tra le mille pietanze preparate in diretta dai 70 chef 'stellatì arrivati a Milano da tutta Italia e dal mondo, si trovano anche
piatti innovativi e destinati a dividere le opinioni, come i gelati al formaggio o ai frutti di mare, oppure i sorbetti al sedano, accanto
alla rassicurante tradizionalità del risotto alla milanese o alla semplicità del pane e salame.
(ANSA).

Harry's cuts






VUOTI TAVOLINI HEMINGWAY E CALLAS, IN CRISI HARRY'S BAR/ANSA CALO INCASSI 40%, CIPRIANI PROPONE STIPENDI E ORARIO RIDOTTI (di Michele Galvan) (ANSA) - VENEZIA, 4 FEB - La crisi non fa sconti e anche locali entrati nel mito, come l'Harry's Bar di Venezia, devono tirare la cinghia. Succede così che di fronte al calo degli incassi - il 40% in meno nel 2008, e un gennaio 2009 molto difficile - il patron Arrigo Cipriani ha proposto ai 75 dipendenti del più noto ristorante di Venezia una busta paga più leggera a fronte di una riduzione dell'orario di lavoro.
Una soluzione in linea con quanto Cipriani ha già fatto nei locali di New York e di Londra. «A Londra abbiamo tagliato in un giorno gli stipendi del 10% e nessuno ha detto nulla - spiega Cipriani - e lo stesso abbiamo fatto anche in alcuni locali di New York. Solo in Italia ci vogliono sei mesi per avviare una trattativa».
All'ora di pranzo nello storico locale in Calle Vallaresso, a due passi da Piazza San Marco, tra una portata e l'altra non c'è molto tempo per affrontare il problema. Ma la questione è sul 'tavolo' e la prossima settimana è in programma l'incontro fra Cipriani e i sindacati «Sì, la trattativa c'è - confermano le maestranze - ma non è in dirittura d'arrivo».
«Bisogna arrivare a una riduzione dello stipendio - aggiunge Cipriani - con una riduzione dell'orario di lavoro, altrimenti non sappiamo come uscirne». I sindacati temono invece lo spettro dei licenziamenti. Ma il patron dell'Harry's è categorico: «ho sempre detto che non voglio perdere alcun posto di lavoro».
L'Harry's Bar è uno dei locali più celebrati al mondo. Vuoi perchè qui, in 80 anni di storia, sono passati personaggi come Ernest Hemingway, Truman Capote, Orson Welles, Aristotele Onassis e Maria Callas. Vuoi perchè - si dice - sedendosi nei suoi piccoli tavoli rotondi, affacciati sulla laguna, è possibile «veder passare il mondo». Dal 2001 il ristorante fondato da Giuseppe Cipriani è addirittura vincolato dal Ministero dei Beni culturali come «monumento vivente».
Arrigo Cipriani è un imprenditore attento, e la crisi l'aveva «fiutata» fin dall'inizio. Nell'aprile 2008, con il dollaro sempre più debole per la voragine dei mutui subprime, il titolare dell'Harry's aveva annunciato lo sconto del 20% agli ospiti americani, pubblicizzando l'iniziativa con tanto di cartello all'ingresso. Nel giugno scorso, con il riaffacciarsi del rischio inflazione, il blasonato locale non aveva provato imbarazzo nell'informare che tagliava il prezzo dei menù del 10%. Ora, con la crisi mondiale e l'emorragia di turisti a Venezia, anche l'Harry's bar tenta di correre ai ripari, scendendo a trattative con camerieri, chef e barman. (ANSA).

giovedì 5 febbraio 2009

SAM KASS...chi?


Cucinerà per la famiglia del presidente
Chicago alla Casa Bianca. Anche il cuoco
Obama chiama a Washington il suo chef di fiducia. Sam Kass, 28 anni, utilizza solo prodotti genuini e locali

Sam Kass (da Chicagoist.com)
WASHINGTON - Il presidente Obama sta gettando le basi di una rivoluzione non solo culturale ma anche culinaria. Si è portato dietro da Chicago un giovane cuoco, Sam Kass di 28 anni, che pratica la versione americana dello slow food, cioè usa solo prodotti genuini e locali. Kass cucina sano, i suoi piatti sono eccellenti ed equilibrati, ha dichiarato Katie McCormick, la portavoce della first lady Michelle, dando la notizia: «Sarà lui a preparare i pasti privati per la famiglia».

Il ruolo del giovane è senza precedenti: di norma, è il capo cuoco della Casa Bianca, quello addetto ai banchetti ufficiali, in questo caso Cristeta Comerford, la prima donna a ricoprire la carica, che cucina per la first family. Scelta da Bush, Cristeta è stata ereditata da Obama che non ha però rinunciato al cuoco personale. A Chicago, Kass, che dopo la laurea in agricoltura lavorò in Europa, era un cuoco volante. Aveva fondato Inevitabile table, un servizio a domicilio, e andava a cucinare a casa dei clienti, gli Obama innanzitutto. In un’intervista a una radio, dichiarò che molti americani non sanno o non possono mangiare bene, indulgono nel fast food e ingurgitano enormi quantità di cibo: «L’alimentazione è sbagliata, produce la obesità, il diabete e altre malattie. Il cibo va preparato con cura e assaporato lentamente».

Alice Waters, una cuoca nota all’intera America, ha applaudito al suo ingresso alla Casa Bianca: «Il presidente deve dare il buon esempio anche a tavola, il pubblico deve imparare, i bambini innanzitutto come le sue figlie Malia e Shasha». Non è escluso che alla Casa Bianca Kass coltivi un orto per le spezie e i legumi da lui prediletti, come fecero i cuochi dei presidenti fino all’inizio del Novecento e come fece la first lady Eleanor Roosevelt nella seconda guerra mondiale: nel parco retrostante vi è abbondante spazio e il terreno è fertile. A Chicago, Kass, un verde che difende l’ambiente naturale, ne possedeva alcuni, e Obama non lo ostacolerebbe.

Secondo la portavoce McCormick, la first lady e il presidente, entrambi sportivi praticanti, sono del parere che la salute corra sul binario dell’esercizio fisico e del cibo salutare. Il New York Times ha riferito mercoledì che Obama imposta la giornata in funzione della famiglia. Alle sette del mattino si reca in palestra per un’ora per fare sollevamento pesi e pallacanestro. Alle 8 consuma il breakfast servito da Kass con Michelle e le due figlie e alle 9 incomincia a lavorare nello Studio ovale. Fa un breve intervallo per la colazione con Michelle, mentre le bambine sono a scuola, e alla sera si concede il pasto principale, tutti assieme. Prima di coricarsi, lavora ancora da solo per un’ora o due. Bush era diverso: riuniva i collaboratori alle 7 del mattino (una volta sbarrò la porta al segretario di Stato Colin Powell perché era in ritardo) correva in bicicletta nel pomeriggio e alle 21 andava a letto.

Ennio Caretto
29 gennaio 2009